Pazienza contadina

Le leggi della pazienza del contadino

Dopo una lunga attesa sbocciano i primi germogli di fave e cipolla. In questi giorni, dopo il fermo invernale, possiamo ammirare queste verdi piantine e ci viene spontanea una riflessione sulla pazienza propria del lavoro del contadino sintetizzata in tre punti.

La prima regola della pazienza del contadino: la sproporzione tra piccolezza e povertà degli inizi e, invece, la grandezza del frutto finale. È una legge che, prima di essere una legge naturale, è una sfida per il contadino. In altre parole c’è una sproporzione grande tra seme, strumenti, mezzi che noi abbiamo e, invece, l’atto di fiducia necessario attendendo, lavorando, soffrendo, sperando perché il seme cresca poi come una pianta grande e lussureggiante.

La seconda legge esige di fare i conti col tempo. Noi vorremmo avere tutto subito, magari trucchiamo anche un po’ le cose. Invece, sappiamo che le nostre imprese più riuscite sono avvenute proprio attraverso il tempo disteso: occorre lasciare che il seme messo nella terra si disfi, seguendo un percorso che non si vede. Addirittura il seme deve “morire”, per portare frutto. Questa è la seconda legge difficile da comprendere per noi oggi.

La terza legge che illustra la pazienza del contadino: è la legge della fecondità che ha bisogno di passione e di legami. Prima di tutto il contadino ha bisogno della passione, perché vedete che il seme buono caduto sulla terra buona non sempre germoglia e quando lo fa può dare più o meno frutti di quelli attesi. Certo si potrebbero trovare delle spiegazioni scientifiche: la terra era più o meno buona, ha preso più acqua, aveva forse più sali, ecc. Però non basta la terra, è necessaria una passione, una cura, cioè la cura e la fatica di stare attaccati alla terra, o, in altre parole, semplicemente alla realtà, alla vita. In conclusione, questa è la regola più importante, la legge più profonda della pazienza del contadino.

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